Disonorevoli pensioni

9 agosto 2011

Da qualche tempo Antonio Di Pietro sta concentrando le proprie pubbliche apparizioni per dimostrare che lui e il suo partito si schierano, e sono sempre stati, contro la “casta” e contro gli ingiusti privilegi di cui la stessa gode. Peccato che il leader dell’Italia dei Valori goda, dal 1995, cioè dall’età di 44 anni, di una pensione di 2.644 Euro lordi al mese, che netti diventano “solo” 1.956 Euro. Non male per il moralizzatore della politica italiana che da 15 anni incassa questa somma e che, con ogni probabilità, la incasserà per almeno altri 20 anni, percependo dallo Stato emolumenti per quasi 1,5 milioni di Euro. Ovviamente tale pensione si somma alla ricca indennità da parlamentare. Ma Di Pietro non fa una piega: parla della casta come degli “altri”, come se lui non godesse di privilegi, come se una pensione non si potesse rifiutare. D’altra parte fu lui stesso a dichiarare al Corriere della Sera il 18 luglio 2007 che percepire una pensione a 44 anni “era assurdo, ma questa era la legge di allora e non potevo mica rifiutare”.  [link]

Va detto che Di Pietro rappresenta solo il caso più ecclatante per l’ipocrisia con cui si dichiara contro la casta, pur godendo di ricchi privilegi, ma non è certo il baby pensionato di lusso più ricco tra i nostri politici. Come non parlare dell’esplosivo Fabio Granata, onorevole di Futuro e Libertà che teorizzava il 12 luglio 2011 un’alleanza tra Fini e Di Pietro per dare vita al partito della nazione. Il deputato incassa, insieme allo stipendio da onorevole anche un vitalizio da 8.000 Euro al mese.

Altro caso analogo a quello di Di Pietro, quanto meno per sfacciataggine, è quello di Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell’Italia dei Valori, che assomma allo stipendio da parlamentare anche il vitalizio che gli deriva dalla sua appartenenza, in passato, all’Assemblea Regionale Siciliana.

Ci sono molte cose che non riusciamo a spiegarci circa questi privilegi dei moralizzatori nostrani. Una sola cosa è certa: quando parlano di Italia di Valori sanno bene a quali valori si riferiscono. Quelli che stanno sul loro conto corrente.


Strage di Bologna: tengono più all’odio che alla verità

3 agosto 2011

Commemorare. Cum+memore. Ricordare assieme, richiamare alla memoria in modo solenne determinati accadimenti e persone. Se questo è, sicuramente quella che oggi si è messa in scena a Bologna non può essere definita una commemorazione. Non ci si può arrogare il diritto della memoria solo per attaccare quelli che vengono considerati propri nemici ideologici.

Non rende onore alle vittime della strage, a tutti i familiari ed all’Italia intera, messa in ginocchio da un atto sanguinoso quanto vile. E non fa onore nemmeno a chi imposta una manifestazione che, ben lontana dall’ essere concentrata sul ricordo di tanti innocenti, è divenuto uno pretestuoso fortino in cui arroccarsi.

Memoria condivisa significa mettere da parte tutto e ricercare solo la verità, percorso che l’intera Nazione dovrebbe perseguire senza corrompere la ricerca imponendo stupidi tabù e menzogne alla propria base. Ricordiamo sempre che quando ci si accontenta di colpevoli di comodo, le vittime rimangono senza giustizia.

Bene ha fatto il Governo a non presenziare alla manifestazione, atto che non intende svilire la dovuta memoria della strage ma, al contrario, dimostra che non si può legittimare lo strisciante odio ideologico che ubriaca anche talune menti che dovrebbero essere più interessate a scoprire i responsabili e i mandanti che vi stanno alle spalle.


Viva De Magistris, il garantista

2 agosto 2011

In un mondo dove criticare la magistratura è impossibile, dove a difendere l’immunità parlamentare si passa per complici del malaffare politico, dove la carcerazione preventiva sta diventando un dovere per molti uomini delle istituzioni, non tutto è perduto. In questo mondo difficile, infatti, c’è un magistrato che, entrato in politica, ha già fatto più volte ricorso all’immunità parlamentare ed ha chiarito «che ultimamente si è fatto un uso eccessivo di provvedimenti cautelari e poi deve cambiare un po’ l’atteggiamento dell’informazione del rapporto tra magistrati e indagati» (Corriere della Sera, 1/8/2011, p. 13). Finalmente un po’ di sano garantismo, di difesa concreta dell’istituto dell’immunità parlamentare e di critica verso l’«uso eccessivo di provvedimenti cautelari». Grazie, Luigi De Magistris.


Tripla A-merica

30 luglio 2011

Oggi proverò a cimentarmi in articolo di economia politica relativo al debito USA. Cosa noiosa: se non vi piacciono i numeri o la questione non vi appassiona potete fermarvi qui; sarete perdonati.

Partiamo da un primo concetto: il debito degli USA non si misura come somma totale degli indebitamenti dell’amministrazione nazionale e delle amministrazioni locali, come avviene in Italia e negli altri Paesi europei, ma come semplice valore del debito federale.

Pertanto se volessimo effettivamente confrontare il debito USA con il debito nostrano dovremmo sommare al debito dello stato federale, quello degli stati nazionali e delle amministrazioni locali. Il debito dello stato federale ammonta a circa 14.500 miliardi di dollari (pari al 98,2% del PIL), il debito degli stati nazionali è pari a 1.200 miliardi di dollari (pari al 8,1% del PIL)e le amministraizoni locali sommano 1.750 miliardi di dollari di debiti (pari al 11,8% del PIL). Sommando questi valori ci troviamo di fronte ad un rapporto debito/PIL pari a circa il 118% e quindi perfettamente paragonabile a quello di un Paese come… l’ITALIA.

Ma non finisce qui. Possiamo andare ad analizzare il rapporto deficit/PIL (dove l’Italia si attesta al 4,5%). Assomando il debito dello stato federale a quello locale e rapportandolo al PIL ne deriva un rapporto pari al 16,2% e quindi perfettamente comparabile con quello di un altro Paese europeo: la GRECIA.

Proprio così: a fronte di questi dati viene da chiedersi come possano le agenzie di rating affibbiare giudizi da default alla Grecia o minacciare svalutazioni del rating italiano e premiare il debito USA con triple A. Davvero il rendimento dei titoli di stato americani e proporzionale alla rischiosità sottostante? Davvero le decisioni di incremento della spesa pubblica volute dall’amministrazione Obama si stanno rivelando positive per il Paese?

E infine: davvero la strada giusta per gli USA, come per molti altri Paese occidentali, sta nell’aumento del limite al debito come vorrebbero i democratici al Congresso americano oppure è necessaria una cura dimagrante della pubblica amministrazione per contenere la spesa e, contemporaneamente ridurre deficit e imposte? Tra poche ore la decisione, tra qualche anno le sentenze.

Per completezza va citata la fonte dei dati e delle analisi che ho sintetizzato su questo blog: www.rischiocalcolato.it.


Nichi come Walter

29 luglio 2011

A leggere l’intervista rilasciata da Nichi Vendola a Panorama questa settimana, sembra di leggere delle vecchie battute, di un vecchio copione, di un vecchio film il cui protagonista era Walter Veltroni. Anche Nichi, come Walter, sogna di lasciare il Bel Paese per trasferirsi in maniera più o meno definitiva all’estero. Con qualche differenza ovviamente.

Il popolano Walter sognava, finita l’esperienza sulle rive del Tevere, di correre in Africa per dedicarsi alla cura dei poverelli. Sappiamo bene come è finita: sconfitto da Berlusconi, suonato nel PD dalle correnti avverse, Veltroni è rimasto nella capitale, non più come primo cittadino ma con le mansioni di semplice deputato. Il sogno africano giace, per il momento, intatto nel cassetto.

Ben diverso il sogno del radical chic Nichi: l’uomo sogna gli USA, il Brasile e poi di potersi ritirare a filosofeggiare e riflettere. Nel contempo però dichiara che il centrosinistra non può prescindere dalla sua presenza, e di volersi candidare alle primarie per potere, suo malgrado, guidare il Paese fuori dalle secche nelle quali l’ha condotto il berlusconismo.

Davvero i protagonisti delle sinistre non riescono a cambiare: dichiarano una cosa, ma sono subito pronti a realizzare l’esatto contrario; come la favola della volpe e l’uva, si dicono stanchi, annoiati, infastiditi, persino inorriditi da un Paese che invece bramerebbero di comandare.

Niente di nuovo a sinistra, quindi: a meno che Vendola non ci smentisca e si trasferisca davvero all’estero. Si dimostrerebbe senza dubbio più coerente di Veltroni anche se, siamo sicuri, il suo esodo non andrebbe certo a ingrossare la fila dei cervelli in fuga.


PD: partito disonesto?

28 luglio 2011

Adesso che gli scandali giudiziari iniziano ad investire anche il Partito Democratico assistiamo a una straordinaria novità: la macchina dell’informazione si trasforma, nelle parole di Bersani, in macchina del fango. La giustizia si trasforma in accanimento politico.

Così, quelli che senza battere ciglio definivano il Pdl come il Partito dei ladri, adesso mirano a distinguere il partito dalle persone che lo compongono, definendosi “geneticamente uguali agli altri” ma “politicamente diversi”.

Il Pdl quindi può essere il Partito dei Ladri, ma il Pd non può essere il Partito Disonesto anche se, come scrive oggi la stampa, sono più di 400 gli amministratori e i politici locali e nazionali che, iscritti al partito, risultano essere indagati. Non può esserlo anche se il Sen. Tedesco quando è stato fatto entrare al Senato facendo dimettere l’ultimo degli eletti era già invischiato nelle questioni giudiziarie della sanità pugliese. Non può esserlo nonostante il sistema di tangenti che si ipotizza ruotasse intorno al coordinatore regionale della Lombardia Penati già braccio destro proprio di Bersani. Non può esserlo nonostante la sua storia: nonstante i finanziamenti illeciti che provenivano dall’URSS e che legavano indissolubilmente il PCI al PCUS e ai suoi crimini.

Davvero non può esserlo. Davvero?


La maledizione del 27

27 luglio 2011

Oggi si sono celebrati i funerali di Amy Winehouse. I rotocalchi si spono sprecati nei giorni scorsi raccondandoci la straordinaria (secondo loro) analogia secondo la quale le grandi star della musica muoiono all’età di 27 anni.

Analogia talmente straordinaria e diffusa da aver coinvolto ben tre cantanti oltre a Amy Winehouse: Jimi Hendrix, Kurt Cobain e Jim Morrison.

Lasciando da parte le perplessità che mi sovvengono nell’associare Amy agli altri tre, viste le differenti composizioni musicali e la vastità delle discografia (degli altri) e dispiacendomi per il fatto che posso ormai mettere da parte ogni speranza di diventare una rockstar, avendo ormai raggiunto il giro di boa dei 27 anni, mi è venuto spontaneo pensare a tutti quegli artisti che hanno fatto grande la musica e non appartengono al “club dei 27″.

Ho pensato a Elvis, John Lennon, Freddie Mercury e a Michael Jackson. Ho pensato ai nostri Alex Baroni, Lucio Battisti e Rino Gaetano; i quali, probabilmente, hanno contributo ad alimentare la cultura e la coscienza critica di un Paese più di quanto abbia fatto Amy Winehouse.

Per quanto rotocalchi e televisione vogliano convincerci del contrario sappiamo che anche la maledizione del 27 non è altro che una coincidenza: sarebbe stata una coincidenza davvero curiosa se, questa volta, non ci fossero state coincidenze.


incontro col sen. Carlo Giovanardi

12 ottobre 2009

Oggi una piccola delegazione di giovani di LiberoFuturo ha potuto incontrare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi.

Nonostante i tempi veramenti ristretti la partecipazione è stata ottima sia all’incontro privato, nel quale abbiamo potuto approfondire alcune tematiche di politica nazionale da un punto di vista “romano”, che all’incontro pubblico dove sono state affrontate tematiche più generali e inerenti l’attività governativa del senatore Giovanardi.

Un sincero ringraziamento va a lui per la disponibilità e soprattutto al consigliere provinicale Pino Morandini per averci offerto questa grande possibilità.

A margine sono disponibili alcune foto dell’incontro.


Nobel poco nobile

10 ottobre 2009

Il premio Nobel per la pace è ormai un simbolo politico più che un premio per riconoscere un effettivo impegno che qualcuno ha dimostrato al fine di promuovere, ed ottenere, la pace nel mondo. I primi sentori li avevamo avuti già nel 2007 quando Al Gore venne insignito di questo premio a seguito del suo, per altro contestato, impegno ambientalista. Che il global warming c’entrasse con la pace come i cavoli a merenda l’avevano capito un po’ tutti e qualche voce critica si sollevò anche allora. Neppure nelle motivazioni vi era un vago accenno alla promozione della pace o alla creazione di condizioni sociali che consentano il perdurare o il diffondersi della pace sulla Terra. Ma, tant’è, quella del riscaldamento globale sembrava essere la moda del momento, nella quale anche l’insigne giuria del premio Nobel si era gettata a pesce.

La conferma definitiva di una politicizzazione del premio l’abbiamo avuta ieri: Barack Obama, Nobel per la pace. Con quali motivazioni? Aver parlato di pace in qualche occasione con abilità retoriche e dialettiche non comuni. La vittoria della chiacchiera sui fatti. La vittoria dei parlatori di pace, sugli operatori di pace.

Vedete, non me la sento di contestare le politiche messe in atto da Obama in tema di politica militare e internazionale. È presidente da troppo poco tempo e comunque, in alcuni casi, posso persino essere d’accordo con lui.

Ma qualcuno deve spiegarmi come è possibile assegnare il premio Nobel a chi in pochi mesi ha:

  • aumentato il contingente americano in Afghanistan di 20.000 uomini;
  • liberato 61 terroristi incarcerati dall’amministrazione precedente;
  • rifiutato di incontrare il Dalai Lama, per evitare di guastare i rapporti commerciali con la Cina dimenticandosi totalmente del rispetto dei diritti umani, della situazione del Tibet o dei Laogai nel paese del drago rosso;
  • prodotto nessuna innovazione o miglioramento sul piano diplomatico con i Paesi tradizionalmente ostili (per sintesi vedi missili iraniani, Corea, tensioni con Russia,…);
  • aumentato verticalmente i finanziamenti a favore dell’aborto (cito questo aspetto perché Madre Teresa di Calcutta, il giorno che ricevette il premio Nobel, disse: “il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. [...] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me. [...]”).

Tutto ciò non sta a significare che Obama sia un buono o un cattivo presidente; su questo ognuno può produrre una propria opinione.

Di certo non merita il premio Nobel in questo momento e, forse in cuor suo nemmeno lo desiderava. Ve lo immaginate il Presidente premio Nobel promuovere o implementare le azioni militari e di intelligence nei confronti di Corea del Nord, Iran o Afghanistan? Uno scomodo stallo per un Presidente che è stato santificato troppo presto. E produrre grandi aspettative, spesso, significa generare delusioni altrettanto grandi. Per il bene del globo auguriamoci che ciò non sia vero e che il premio Nobel rappresenti, più che un riconoscimento, una premonizione.


George Brummel, il re dell’eleganza

7 ottobre 2009

L’associazione viene ormai spontanea ed immediata: dandy uguale Oscar Wilde e viceversa. Nulla contro il celebre scrittore, del quale sono peraltro estimatore, ma il padre del dandismo è un altro. Il suo nome, sconosciuto ai più, è George Brummel (1778-1840).

Di origini non povere, già sui banchi di scuola, ad Eton, il giovane George manifestava naturale predilezione per l’eleganza e per la cultura tali che presto lo fecero amico e consigliere del suo sovrano, Giorgio IV, principe di Galles.
Il rapporto col principe, com’è noto, fu un susseguirsi di alti e bassi: se Brummel, pur considerandosi superiore, non poteva negarsi suddito, Giorgio IV sperimentò innumerevoli tentativi, rivelatisi tutti vani e maldestri, di eguagliare l’eleganza del celebre consigliere. Si racconta che, pur di emulare lo stile di Brummel, Giorgio IV abbia tentato di lanciare a sua volta una nuova tendenza, quella del gilet sbottonato.

Risultato: fu un sonoro fallimento.

Perché il “Beau”, come venne presto soprannominato, era davvero inimitabile.
E non solo nell’abbigliamento.

A distinguerlo, infatti, era anche la battuta pronta e mordace tipica del pensatore fuori dagli schemi, del battitore libero della cultura, dell’autocrate dell’opinione.

Un fascino, il suo, che penetrava in profondità anche nei cuori femminili, tanto è vero che agli occhi di molte donne il giudizio di Brummel appariva prioritario addirittura rispetto allo stesso parere dei mariti. Ma lui, il maestro dell’eleganza, non era certo tipo da lasciarsi cospargere dai complimenti.

Fedele al motto per antonomasia del dandy -“Restate nella società per il tempo necessario a produrre un effetto: quando l’effetto si è prodotto, andatevene” – il Nostro era solito rispondere agli inviti a feste e ricevimenti operando incursioni discrete quanto celerii; incursioni dalle quali si congedava con un giudizio, di solito una battuta, destinata, dopo la sua partenza, ad echeggiare a lungo nei discorsi degli altri invitati. Da questo punto di vista, Brummel fu la brillante testimonianza di come sia possibile farsi ricordare senza per questo essere eccentrici.

Già, perché in fondo, a dispetto di tanta fama, il Beau non indossava affatto abiti dai colori sgargianti. Anzi: fu il pioniere dell’abbinamento, tutt’ora accreditato fra i più eleganti, di giacca blu con pantaloni chiari o grigi. Abbinamento decisamente estraneo, lo ripetiamo, ai colori vivaci che all’epoca andavano per la maggiore. Eppure conquistò alla grande ammirazione trasversale: andava allo stadio e gli spettatori ignoravano la partita per guardare lui; in piscina nuotava sul fondo e tutti a strusciare la pancia sulle piastrelle del fondo per salutarlo.
Insomma, per volti versi era l’uomo più schivo che esistesse. E proprio per questo il più elegante. Perfetta incarnazione di quello che Lord Byron avrebbe definito “certa squisita originalità”, sultano senza fazzoletto, come l’hanno definito Amédee e d’Aurevilly (Cfr. George Brummel ed il dandismo, Edizioni studio tesi, 1994), lo stile di Brummel ha affascinato decine di intellettuali e scrittori.

In una memorabile pagina della sua Vite di uomini illustri, Achille Campanile scriveva:” Si sa che quando un amico, incontrandolo, gli diceva: “Come siete elegante”, l’elegantissimo Lord esclamava sgomento: “Mi si vede forse qualche cosa?”, e correva a cambiarsi. E’ incredibile le pene che provava quando nelle cronache mondane leggeva: “Notato tra i presenti Lord Brummel”. Ne faceva un casus belli. Era tale la sua eleganza che a lungo andare i cronisti mondani finirono per scrivere nei resoconti dei ricevimenti e delle feste aristocratiche: “Non notato, fra gli intervenuti, Lord Brummel, benché ci risultasse presente”. Ormai tutti sapevano che l’eleganza di Brummel consisteva in questo e – come sempre accade – anch’egli ebbe imitatori. Talché spesso nelle riunioni degli elegantissimi i cronisti dovevano scrivere: “In questa festa mondana non siamo riusciti a notare nessuno, tanto erano eleganti tutti, di quella speciale eleganza che consiste nel non farsi notare” […]Questo fu il supremo trionfo dell’eleganza di Lord Brummel intesa a non dare nell’occhio. I cronisti scrivevano: “Notato, per il modo come riusciva a non farsi notare, Lord Brummel””.

Purtroppo per lui, a questa fama dorata e a questa stima unanime sulla sua intrinseca eleganza, Lord Brummel fece seguire una passione per il gioco che lo portò alla rovina. Visse gli ultimi anni della sua vita al terzo piano dell’Hotel d’Angleterre, a Caen, dove divenne una specie di eroe decaduto per turisti che, riconosciutolo, chiedevano di poter pranzare accanto al celebre maestro dell’eleganza. Nemmeno la stima della gente, tuttavia, lo strappò al suo triste destino:”Il nitore del suo aspetto si era appannato […] lo si incontrava per strada come un vecchio signore trascurato e sporco” (Corriere della Sera, 25/2/2007).

E dopo il declino, venne la pazzia.

Ecco come ricorda i suoi ultimi giorni il già citato Barbey d’Aurevilly:”Divenne folle e, poiché il dandismo era penetrato in tutto il suo essere, anche la sua follia si tinse di dandismo […] Certi giorni, con grande stupore del personale dell’hotel, ordinava di preparare il suo appartamento come per una festa. Lampadari, candelabri fiori in gran quantità, non mancava niente e, nello scintillio di tutte queste luci, lui, nello splendido abbigliamento della sua giovinezza, con l’abito whig blu con i bottoni d’oro, il gilè di piquet e i pantaloni neri, aderenti come le calze del XVI secolo, in mezzo al salone, attendeva..Attendeva l’Inghilterra ormai morta! Improvvisamente, come si fosse sdoppiato, annunciava ad alta voce, il principe di Galles, poi lady Connyngham, poi lord Yarmouth e per finire tutti quei grandi personaggi di cui era stato la legge vivente […] Questa scena durava a lungo..Infine, quando il salone si era riempito di questi fantasmi; quando tutta questa gente dell’altro mondo era arrivata, di colpo gli tornava anche la ragione e quell’infelice si rendeva conto del suo delirio [..] e scoppiava in un pianto dirotto”.

In definitiva, la vita di Brummel non fu probabilmente felice.

Forse lo fu all’inizio, ma ben presto egli stesso divenne prigioniero del suo stesso personaggio, in un gioco di maschere che si era cucito addosso prima per divertimento e poi per necessità.

A lui, tuttavia, va riconosciuto d’essersi misurato come nessun altro con la capacità d’essere elegante senza ricorrere ad artifici che, oggi più che mai, segnano la società dell’apparire.

Si racconta che Vittorio Sereni, uno dei poeti più attenti ed antiretorici del nostro tempo, amasse ripetere :”tentiamo di esistere”.

George Brummel, a modo suo, ci ha provato.

Lasciandoci una parabola dell’epilogo triste, ma densa di insegnamenti ancora attuali.


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.